Bibliografia libro di Silvana Paruolo del 2014

aprile 12, 2021

Questo è il link per vedere la bibliografia estratta dal mio libro del 2014:

Silvana Paruolo

Introduzione all’Unione Europea Oltre la sfida del 2014

Ed. Il mio libro Feltrinelli – 2014

Ho citato questi Link nella bibliografia del mio nuovo libro L’Unione Europea Origini Presente Prospettive Future in corso di pubblicazione presso EDIZIONI SIMPLE – per contenere il numero complessivo delle sue pagine.

Trump-Biden: Appendice n.3 del mio nuovo libro L’Unione Europea Origini Presente Prospettive future Edizioni Simple 2021 (ora in corso di pubblicazione)

aprile 12, 2021

  

 Da Trump a Biden: i rapporti tra USA e Europei – di Silvana Paruolo

SOMMARIO. – I.  Trump e gli Europei – Trump e il Medio Oriente   – Trump e l’Alleanza atlantica / e la NATO II. La vittoria di Joe Biden – Alcune sue priorità  

I.  Donald Trump e gli europei  – Il 19 dicembre 2019, nella quasi certezza che l’impeachment sarebbe stato fermato al Senato, la Camera, in cui i democratici avevano la maggioranza, ha votato la messa in stato di accusa di Donald Trump, rinviandolo al giudizio del Senato per due imputazioni:  “abuso di potere (il presidente avrebbe pressato il leader ucraino Zelensky affinché aprisse un’inchiesta sul suo avversario politico Joe Biden, in cambio di 391 milioni di dollari in aiuti militari già varati; in altri termini, avrebbe minacciato di sospendere gli aiuti militari finché non avesse ottenuto un aiuto contro il suo avversario) e “ostruzione all’indagine del Congresso”. Il tutto in un paese spaccato. “Ponzio Pilato si è comportato meglio di quanto abbiano fatto i democratici con Donald Trump” ha commentato il deputato repubblicano Barry Loudermilk. “Siamo davanti a uno dei più gravi scandali della storia: nessuno prima di Trump è stato mai accusato di aver cercato di usare un governo straniero per interferire in suo favore nelle elezioni a venire. La costituzione andava difesa” ha invece sottolineato Adam Gopnik.  Dopo che gli sono stati attribuiti reati fiscali e sessuali, razzismo, violazioni di ogni sorta di leggi, e conflitti di interesse, l’impeachment incriminava Trump per aver tentato di farsi rieleggere con l’aiuto di un governo straniero.  700 tra gli storici più prestigiosi degli USA (da Robert Caro a Douglas Brinkley) hanno firmato una lettera pro – impeachment.   Da parte sua, il Presidente – in una lettera al Congresso – usando il linguaggio brutale dei suoi tweet ha trattato gli accusatori come golpisti.  Allora, era la terza volta che l’impeachment capitava a un presidente degli USA, essendo già capitato a Andrew Johnson (ne1 1868) e a Bill Clinton (nel 1998).

La politica economica di Trump si è basata su un mix di stimoli alla domanda interna (anche con investimenti pubblici) e neo-protezionismo contro i prodotti di quegli Stati che vantano un surplus commerciale con l’America. Con il suo “America first” Trump ha rinnegato accordi vitali sul clima, sul commercio con l’Asia, ecc.  Ha tra altro tirato gli USA fuori dall’Accordo di Parigi sulla lotta ai cambiamenti climatici. 

In politica estera, ha elogiato la Brexit, ed ha criticato l’UE tedesca. Ha pubblicamente dichiarato di considerare l’Unione Europea “un mezzo usato dalla Germania per i suoi scopi”, un’istituzione a guida tedesca dalla quale la Gran Bretagna è voluta uscire dimostrando “intelligenza e lungimiranza”.  “Angela Merkel – ha affermato – verso la quale in passato ho avuto rispetto, ha commesso un errore catastrofico accogliendo tutti quegli illegali”, un “errore che lui avrebbe evitato, come ha fatto con il suo muro alla “frontiera-colabrodo con il Messico”.  Trump non considerava più l’Europa (con la quale intendeva firmare Accordi bilaterali più vantaggiosi) “centrale” per gli interessi degli USA nel mondo.  Dopo aver bocciato il TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership) – quale da Obama concepito, per armonizzare standard (tecnici e anche social) e approcci alla regolamentazione in settori strategici – nel 2018 ha avviato una guerra dei dazi nei confronti degli Europei, poi placata da una Dichiarazione congiunta con la Commissione Juncker (in cui sarà successivamente individuato il cosiddetto TTIP light).   Ha manifestato il suo disaccordo sulla “web tax”.  Nel quadro del nuovo attivismo USA nei Balcani ha preso posizioni che hanno suscitato non poche perplessità europee. È uscito dall’OMS (Organizzazione mondiale della salute) e da altre organizzazioni internazionali. Ed ha fortemente criticato la NATO, da cui ha minacciato di tirar fuori gli USA.  Nel suo progetto iniziale di Piano di pace per il conflitto israelo-palestinese (in cui si prevedeva che Israele poteva annettere il 30 per cento dei Territori palestinesi e avere Gerusalemme come capitale su cui esercitare sovranità unica) Trump non ha sposato la “soluzione dei due Stati” dall’UE difesa. Ed ha annullato lo “stupido” accordo sul nucleare con la Repubblica islamica d’Iran (accordo nel 2015 voluto da europei e Obama. E, senza consultazione alcuna, unilateralmente, ha predisposto l’eliminazione di Soleimani.  Successivamente – con gli Accordi di Abramo da lui ideato – ha messo in moto un processo di pace tra Israele e il mondo arabo in chiave anti-Iran.  Nell’establishment militare americano si è diffusa la convinzione che le risorse vanno ri-dislocate, e che l’America, per la guerra al terrorismo, ha trascurato le minacce che nel lungo termine possono attentare alla sua sicurezza, e cioè la Cina, e in subordine la Russia.  

Trump e Medio Oriente – Il M.O. resta importante per un insieme di questioni, dai migranti al gas, dalla lotta al terrorismo alle tensioni tra Turchia e Grecia, ecc.   Già nel gennaio 2017, Donald Trump ha chiarito di volere ritirare le truppe americane dal Medio Oriente portando a termine – in una rara condivisione di obiettivi – una decisione di Barack Obama, e ponendo fine agli interventi militari decisi da George W. Bush in Afghanistan (2001) e in Iraq (2003). Il che implica un nuovo assetto strategico capace di proteggere gli interessi americani nella regione.   Ma – a differenza di Obama e del suo segretario di Stato John Kerry volti a favorire un graduale reintegro dell’Iran nel sistema regionale – Trump ha voluto puntare tutto sui tradizionali alleati di Washington nella regione (Arabia Saudita e Israele) lavorando alla creazione di un fronte anti-iraniano.  Da qui decisioni quali il trasferimento dell’ambasciata USA a Gerusalemme, l’”Accordo del Secolo” fortemente sbilanciato a favore degli israeliani (a discapito della causa palestinese), il ritiro americano dall’Accordo sul nucleare iraniano (JCPOA, Joint Comprehensive Plan of Action), le ingenti commesse di armi americane dell’Arabia Saudita e la recente normalizzazione delle relazioni tra Israele, Emirati Arabi Uniti e Bahrein  ( e successivamente anche  il Marocco) con gli Accordi di Abramo.

 Gli Accordi di Abramo sono un’intesa storica per la normalizzazione delle relazioni tra questi Paesi.  Secondo il leader

 israeliano, l’accordo: “annuncia una nuova alba di pace che finirà per espandersi fino a includere altri Stati arabi. E alla fine porrà fine al conflitto arabo-israeliano”.   L’emiratino Al-Nahyan ringrazia Netanyahu per “aver scelto la pace e aver fermato l’annessione dei Territori palestinesi”.  E il ministro del Bahrein, al-Zayani ha lanciato un appello affinché si raggiunga “la soluzione dei due Stati”.  I tre leader ringraziano Trump per la sua ferma leadership.  I palestinesi gridano al tradimento: “Gli accordi di normalizzazione tra Bahrein, Emirati e l’entità sionista non valgono la carta sulla quale sono scritti – ha commentato un portavoce di Hamas – il popolo palestinese continuerà la sua lotta fino a che non avrà ottenuto tutti i suoi diritti”. 

 Maurizio Molinari (la Repubblica 20 settembre 2020) spiega: “L’Accordo di pace tra Israele, Emirati Arabi e Bahreìn ha coinciso con il ritiro di importanti contingenti USA dall’Iraq e l’inizio della trattativa di Doha fra Stati Uniti e talebani afgani, disegnando i contorni di un processo di portata regionale: l’accelerazione del riassetto americano in Medio Oriente in risposta alle mosse, efficaci ed aggressive, compiute dalla Russia negli ultimi 5 anni. … Nel momento in cui Washington prova a portare a compimento i ritiri da Iraq e Afghanistan, getta le basi di un’alleanza per la sicurezza nel Medio Oriente che nasce attorno all’Accordo di Abramo e punta a coinvolgere tutti i Paesi arabo-sunniti.   Il coinvolgimento dei cristiani d’Oriente nei nuovi equilibri in Medio Oriente conferma la volontà di Washington di trasformare l’Accordo di Abramo nella cornice in cui risolvere la questione palestinese, sulla base degli accordi di Oslo del 1993 che prevedono “due Stati e due popoli”.   Da qui uno scenario in pieno movimento, sostegni, contatti e coinvolgimento di Egitto, Giordania, Lega araba (che si è opposta alla richiesta palestinese di denunciare gli accordi di pace), gli Emirati Arabi protagonisti del patto con Israele, Oman, Sudan, Ciad, Mauritania e isole Comore, Tunisia e Marocco …   La Russia è sulle difensive.  La Turchia di Erdogan è irritata dall’Accordo di Abramo – rileva ancora, giustamente, M. Molinari – perché l’Accordo “ostacola il proprio disegno regionale che fa leva sull’islam politico dei fratelli Musulmani, ha nel Qatar l’unico alleato nel Golfo e considera la questione palestinese il tema ancora prioritario nei rapporti con Israele.  In tale cornice, resta da vedere quale approccio avrà la NATO ad una nuova architettura di sicurezza israelo-sunnita in Medio Oriente … che nasce per contenere l’Iran titolare di un programma nucleare, regista di milizie e di rivolte sciite in più paesi arabi e contrario all’esistenza di Israele…  Il tutto lascia intendere la necessità urgente di avere un approccio comune a quanto sta maturando in Medio Oriente”.

 Biden, nel Medio Oriente, trova una regione in cui instabilità, frammentazione e conflittualità sono aumentate in maniera esponenziale.  Gli spazi lasciati vuoti dagli Stati Uniti hanno fomentato un’accesa competizione tra attori regionali ed esterni, non ultime Turchia e Russia, che complicano ulteriormente la soluzione delle crisi nell’area. Tra l’altro, la regione potrebbe diventare terreno di scontro con la Cina se Pechino decidesse di esercitare un’influenza geopolitica accanto all’ormai consolidata collaborazione economica. Sul versante palestinese, il neopresidente ha già dichiarato che tornerà a spingere per una soluzione dei due Stati.  Ma sarà difficile cancellare con un colpo di spugna l’azione del predecessore, ragion per cui Biden ha già annunciato che manterrà l’ambasciata statunitense a Gerusalemme.  Per quanto riguarda le crisi regionali in Siria, Libia e Yemen,  Biden ha dichiarato di voler rafforzare la capacità americana di risoluzione dei conflitti. Circa le relazioni con l’Arabia Saudita, Biden ne ha promesso un riesame, compreso il sostegno di Washington all’intervento saudita nello Yemen. Aumenterà la pressione per la situazione dei diritti civili, ma i legami commerciali continueranno, anche se la dipendenza degli Stati Uniti dal petrolio saudita è diminuita notevolmente grazie alla produzione interna di gas di scisto. La stabilità politica del regno resta una delle principali preoccupazioni degli Stati Uniti. 

Tornerò sull’Accordo con l’Iran, più avanti, quando ci si soffermerà su alcune priorità del nuovo presidente americano.

 Trump e l’Alleanza atlantica / e la NATO – Trump per 4 anni ha picconato allo stesso modo UE e Alleanza atlantica, i pilastri dell’ordine politico e della difesa europea. I Paesi baltici e la Polonia guardano con grande preoccupazione a un eventuale disimpegno americano a protezione dei confini, da sempre, minacciati anche dalla Russia.  Ma il presidente Trump ha espresso dubbi sull’art.5 del Trattato di difesa collettiva di tutti i paesi membri. Ha minacciato di chiudere l’ombrello che li ha protetti per 70 anni.  Ha definito la NATO (North Atlantic Treaty Organization – Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord) – alleanza militare intergovernativa fra 30 Paesi[i] architrave della sicurezza europea e transatlantica per tutto il dopoguerra – un’istituzione “non attrezzata per combattere il terrorismo islamico” e dove “i suoi membri si appoggiano sull’America e non pagano quello che dovrebbero pagare”.  Da tempo – anche prima di Trump – gli USA chiedono agli alleati di rispettare i propri impegni finanziari per la difesa, minacciando una limitazione del proprio impegno nei confronti dell’organizzazione: e in effetti, molti paesi, tra cui l’Italia, non rispettano i patti del 2% del PIL per la difesa. 

Solo recentemente c’è stato un aumento dei pagamenti di alcuni paesi (160 miliardi di dollari in più dal 2016 e stima di altri 400 miliardi entro il 2024).   Di conseguenza, pur avendo egli stesso in più occasioni parlato di una “NATO obsoleta”, in risposta all’intervista rilasciata da E. Macron al “The Economist” in cui il presidente francese ha parlato di “morte cerebrale” della NATO (l’allusione agli USA è evidente) –  riconciliandosi con l’utilità della NATO nel rivendicare la paternità dell’incremento delle spese in materia di difesa dei membri NATO – Trump ha definito[ii] “molto molto cattiva l’affermazione di Macron” nei confronti dei paesi membri dell’Alleanza, assicurando che nessuno più della Francia (“che ha un tasso di disoccupazione molto alto “ e che “non funziona sul piano economico”) ha bisogno della NATO.  Da qui la replica di Macron[iii]: “quando si parla di NATO, non si tratta solo di soldi… Dobbiamo essere rispettosi dei nostri soldati. Il primo fardello che condividiamo – il primo costo che paghiamo – è la loro vita.  Oggi servono chiarimenti sulla strategia… Ci sarebbe da definire con chiarezza i principi fondamentali di quello che la NATO dovrebbe essere”.   E ancora: “che ne è della pace in Europa?”: chiede Macron, riferendosi alla incertezza sull’uscita degli USA dal trattato sulle forze nucleari a portata intermedia. Vorrei dei chiarimenti… Quando si parla del nemico, direi, qual è l’obiettivo?  Proteggere i nostri partner dalle minacce esterne.  La Francia lo farà. E saremo solidali nei confronti dei paesi dell’Est e del Nord dell’Europa. Ma il nemico comune oggi sono i gruppi terroristici. E mi dispiace dirlo, oggi, a questo tavolo non abbiamo più la stessa definizione del terrorismo”.    Riferendosi all’iniziativa militare turca dell’ottobre 2019 nel nord-est della Siria contro le milizie curde alleate degli USA – cui gli americani non si sono opposti – Macron ha criticato la Turchia “che sta combattendo chi si è battuto per noi” contro l’organizzazione Stato islamico (EI).    In effetti, con la decisione del ritiro delle proprie forze, Trump ha favorito l’inizio dell’offensiva turca nel nordest della Siria, territorio controllato dai curdi, i miliziani curdi delle Unità di Protezione Popolare (più conosciute con la sigla YPG) che la Turchia accusa di essere dei terroristi.  Gli effetti dell’offensiva turca sulla popolazione civile sono stati devastanti, e sotto gli occhi di tutti. 

Trump (a Londra, all’anniversario NATO) rimanendo impassibile non ha dato alcun chiarimento in merito.  Ma si è vantato, di nuovo, del rialzo delle spese di difesa dei paesi membri, deplorando un fardello finanziario troppo a lungo troppo pesante per gli USA.

 E – nel corso della conferenza stampa – ha tentato di mettere in difficoltà gli europei riprendendo la domanda di un giornalista sulla sorte dei combattenti stranieri dell’EI (Stato islamico), catturati e prigionieri.  “Molti – ha precisato – vengono da Francia, Germania e Inghilterra…li volete?”.  Per me – ha replicato Macron – “il primo obiettivo è quello di finire il lavoro” contro l’EI.

“Se Trump verrà rieletto – sottolineava Leon Panetta ex capo di Pentagono e Cia (La Stampa 22 settembre 2020) prima delle elezioni presidenziali negli USA – c’è una minaccia molto reale che ritiri gli USA dalla NATO”.

 Intanto nelle tensioni nel Mediterraneo orientale, la NATO sta svolgendo un ruolo di pompiere, e le divergenze tra Grecia e Turchia non hanno fermato esercitazioni e missioni NATO comuni dentro l’Alleanza, ad esempio, nel Kosovo o in Afghanistan. 

Inoltre, come precisato da Lucio Caracciolo in liMes: “la vera posta in gioco nello scontro interno al trangolo Russia-Germania-Stati Uniti accentuato dalla crisi bielorussa e dal caso Naval’nyj giace presso i fondali del Mar Baltico, in prossimità di Greifswald, al capolinea del gasdotto Nord Stream 2”.  Per questo gasdotto (dal produttore russo al consumatore tedesco) mancano pochi chilometri all’aggancio.  La rivolta contro Lukashenko e l’avvelenamento di Naval’nyj hanno spinto allo scoperto i suoi avversari storici (polacchi, e altri baltici, più ucraini e altri europei centro-orientali) che equiparano questo gasdotto al patto sovietico-germanico che nel 1939 aprì la porta alla doppia invasione e alla spartizione della Polonia.  Diversi paesi europei e gli USA hanno ammonito Mosca e Berlino a seppellire il tubo sottomarino.  E hanno minacciato sanzioni.  Mosca non vuole cedere.  Merkel è sotto pressione: ogni sanzione contro Mosca è anche un’azione contro Berlino, e gli europei esposti con la Russia.  Ma se allenta i legami con Mosca, rischia rappresaglie russe.

Dopo l’azione militare (ottobre 2019) in Siria del Presidente turco Erdogan, molti si son chiesti: a cosa servono NATO e UE?  Domanda legittima, in un momento in cui la Turchia – un membro dell’Alleanza atlantica, e della NATO, che voleva entrare nell’UE – “per la sicurezza dei propri confini” ha avviato un’operazione militare contro la Siria e i curdi (da Erdogan considerati dei terroristi), mettendo a rischio la sicurezza anche dei paesi europei. In quell’occasione, né Bruxelles né l’Alleanza atlantica hanno fatto sentire la loro voce con forza.   Italia e Francia hanno convocato i rispettivi ambasciatori turchi. L’UE – priva com’è di un vero esercito europeo, e di una vera politica estera – si è dimostrata debole e senza una posizione unitaria.  

Alle blande proteste europee, Erdogan ha risposto, arrivando a minacciare l’Europa: “Se l’UE ci accuserà di occupazione della Siria e ostacolerà la nostra operazione militare, apriremo le porte a 3,6 milioni di rifugiati e li manderemo da voi!”, minaccia poi, nel marzo 2020, da lui effettivamente realizzata, provocando un’immensa crisi umanitaria ai confini tra Turchia e Grecia)[iv].   Successivamente, Turchia e Russia hanno concluso un «accordo storico» per una nuova tregua nel nord della Siria, e per completare l’evacuazione delle milizie curde Ypg da un’area di 30 km dal confine siriano…  Poi – nel novembre 2019 – nonostante i precedenti annunci di ritiro delle truppe statunitensi pronunciati dal presidente Donald Trump, gli Stati Uniti hanno ricominciato a compiere operazioni militari contro lo Stato Islamico (o ISIS) nel nord e nell’est della Siria.

Tra i paesi NATO, permangono frizioni e divisioni, tra cui:  il caso Turchia – invasione turca della Siria (al Vertice di Londra, Erdogan ha anche minacciato di mettere il veto sull’impegno a difendere i paesi baltici dalla minaccia russa, se non si dichiaravano i combattenti curdi “gruppo terrorista”, ma la sua richiesta è stata rifiutata in blocco) – e tensioni Turchia- Grecia-Cipro nel Mediterraneo orientale;  l’annosa questione della linea Internet ultra-veloce 5 G, cui la cinese Huawei vorrebbe partecipare (ipotesi irricevibile per Trump);  minacce incrociate di dazi e guerra commerciale, a causa della “tassa digitale” ai colossi hi-tech americani nelle Agende di Francia, Italia e Regno Unito;  (per bilanciare la penetrazione strategica della Cina)  un migliore dialogo (“deterrenza e dialogo”) con la Russia, su cui alcuni paesi (Gran Bretagna, Germania, Polonia, i Baltici) sono più cauti di altri; la sfida globale del disarmo; la questione libica; la Bielorussia;  , ecc.  E c’è stato anche da fare i conti con le conseguenze multiple della decisione unilaterale di Trump sull’uccisione dell’iraniano, Soleimani.

 La morte di Soleimani non è stata una dichiarazione di guerra, ma un atto in una guerra già iniziata, in cui gli americani stavano perdendo terreno per non aver reagito all’attacco del 14 settembre contro installazioni petrolifere in Arabia saudita.   Il problema è che la dissuasione non è stata ristabilita anche per gli alleati dell’America.  Sia pure in presenza di venti contrari a diplomazia e concertazione – alla ricerca di un punto di equilibrio – gli europei hanno invitato alla distensione, e al dialogo.

Al vertice di Londra (3 dicembre 2019) in occasione dell’anniversario NATO, Macron arrivato accusando Erdogan della repressione dei curdi che occupavano una zona oltre confine tra la Turchia e la Sira, e per avere acquistato da Mosca il sistema difensivo missilistico S-400, si è poi calmato (grazie alla mediazione statunitense). Ha reso omaggio al popolo turco.  E ha dato il benvenuto, insieme agli altri paesi NATO, al beneplacito turco riguardo agli armamenti difensivi da installare nei paesi Baltici e in Polonia.  Allo stesso vertice, è nato un Comitato di esperti allo scopo di rivedere il meccanismo decisionale dell’Alleanza atlantica, anche in vista di un ruolo meno centrale degli USA, e di un maggior impegno europeo.  

II.   La vittoria di Biden – Con le presidenziali americane del 3 novembre 2020 (nonostante l’impeachment, la pessima gestione della pandemia di Covid-19, i conflitti di interesse e l’opacità delle sue finanze) non c’è stato l’atteso ripudio di Trump e del suo discorso (protezionismo, chiusura all’immigrazione, tasse a livelli minimi e smantellamento delle protezioni sociali, deregolamentazione finanziaria e ambientale, nonché un aggressivo unilateralismo in politica estera).

Il trumpismo continuerà a vivere.   Ma – se la performance di Trump è stata formidabile – quella di Biden (raggiungendo il primato di preferenze – con il record di più di ottanta milioni di voti) è stata migliore. Nonostante i ricorsi di Trump, è stato eletto nuovo Presidente degli USA. “In America abbiamo elezioni libere, il risultato va rispettato” ha dichiarato il neo-presidente americano.   E la sua vittoria è stata accolta – a diverse latitudini – con un sospiro di sollievo: niente più braccio di ferro commerciale, attacchi ad alleati storici, e polically incorrect!   

Mosca e Pechino (in controtendenza rispetto al resto del mondo) con dichiarazioni quasi fotocopia, hanno spiegato che le congratulazioni al neo eletto presidente degli Usa Joe Biden sarebbero arrivate a conta dei voti ultimata.   Riteniamo corretto attendere la conclusione ufficiale delle elezioni”, ha dichiarato il Cremlino, posizione simile a quella del ministero degli Esteri cinese, che rinnova – una volta di più – l’asse geopolitico sino-russo.   Considerando la conflittualità fra Stati Uniti e Cina nell’era Trump (che rischia anche di accentuarsi nell’era Biden) e la schizofrenia nei rapporti con la Russia, questa cautela non ha sorpreso più di tanto.  Successivamente, congratulandosi con Biden, il leader cinese Xi ha auspicato la promozione di uno “sviluppo sano e stabile delle relazioni sino-americane”.

“L’Iran e gli USA – ha affermato da parte sua Rouhani – possono tornare alla situazione prevalente fino al gennaio 2017”.    

La vittoria di Biden è invece piaciuta poco ai populisti nazionalisti europei (e in particolare ai populisti britannici) che trovavano in Trump un leader e un modello da seguire.   Per ricordare che il presidente uscente è stato per lui un ispiratore, il primo ministro ceco, Andrej Babis, ha indossato il berretto rosso trumpista “Make America Great Again”.  Per indicare il loro disappunto, il presidente polacco, Andrzej Duda, e il primo ministro ungherese Viktor Orban si sono limitati a mandare gli auguri a Joe Biden per “il successo della campagna” e non per la sua vittoria, nell’attesa di un cenno di Donald Trump”.  I dirigenti populisti di questa regione – verso cui Joe Biden ha indirizzato qualche parola molto dura durante la campagna – c’erano già prima di Trump (Viktor Orban e il partito Fidesz sono al potere dal 2015).  La vittoria di Biden mostra che i loro successi possono cambiare.   Ciò detto, è vero anche che il nazionalismo populista non è stato sconfitto. Si è registrata un’inversione di tendenza.

Per Angela Merkel, Germania e USA sono partner fondamentali e devono continuare a lavorare insieme per affrontare questioni di rilevanza prioritaria, come la pandemia da coronavirus, il cambiamento climatico e il terrorismo.   Per quanto riguarda il tema della spesa militare e della partecipazione tedesca all’Alleanza atlantica, la Merkel ha riconosciuto che l’impegno di Berlino dovrà essere più consistente.   “Noi tedeschi ed europei sappiamo che, in questo partenariato, dobbiamo assumere più responsabilità. L’America è e resta il nostro alleato più importante” – ha precisato la cancelliera – “Washington si aspetta da noi, e giustamente, sforzi più grandi sul fronte della sicurezza, in campo, per difendere le nostre convinzioni nel mondo”.  La Germania e l’Europa sono pronte ad affrontare “fianco a fianco agli Stati Uniti e al presidente Joseph Biden” le sfide mondiali.     Nella sua telefonata di congratulazioni con Biden, il Presidente francese E. Macron, ha parlato di clima, crisi sanitaria e lotta al terrorismo. “La comunità internazionale – ha sottolineato il Presidente Mattarella – ha bisogno del contributo statunitense a lungo protagonista nel costruire le regole del multilateralismo, per affrontare una crisi senza precedenti che sta mettendo a repentaglio la salute, la vita e l’avvenire di milioni di persone”.  “Siamo pronti a lavorare con il presidente eletto Joe Biden per rafforzare le relazioni transatlantiche. Gli Stati Uniti possono contare sull’Italia come un solido alleato e un partner strategico” ha sottolineato il Presidente Conte.  “Congratulazioni al presidente eletto Joe Biden. L’amicizia tra Italia e Stati Uniti ha radici profonde e storiche. Pronto a continuare a lavorare per rafforzare le nostre relazioni in difesa della pace e della libertà” ha twittato il ministro Di Maio.

Alcune sue priorità   – L’esito elettorale del Presidente eletto, Joseph R. Biden è stato di stretta misura. Nonostante l’incompetenza autocratica di Trump, più di 70 milioni di americani volevano che restasse alla presidenza per altri quattro anni. Scelta la linea della transizione conflittuale, in politica estera Trump ha anche provato a bruciare i ponti dietro di sé per impedire ai democratici di cambiare rotta.   Ma, dal 20 gennaio 2021, gli Stati Uniti torneranno ad essere un caposaldo dei valori liberali e pluralisti, delle istituzioni democratiche, della cooperazione internazionale e della difesa dei diritti umani.

 Il 46° Presidente Joe Biden, e la sua Vice Kamala Harris (nata da mamma indiana e papà giamaicano, prima donna a ricoprire questo incarico) fanno calare il sipario sulla misoginia e il razzismo degli ultimi quattro anni. 

Nel momento in cui si scrive, la nuova squadra (un mix di fedelissimi a Biden con qualche prestito di Clinton e Obama) è oramai quasi definita.  Antony Blinken (prossimo Segretario di Stato) – che ha già parlato di “umiltà e fedeltà verso gli alleati” – dovrà occuparsi anche dell’Iran.

Jake Sullivan (nominato nuovo Consigliere per la Sicurezza nazionale) è un teorico dell’intervento umanitario. In un suo twitt del 25 novembre – riferendosi alla situazione in Etiopia – ha scritto di “essere preoccupato per il rischio di violenza contro i civili.   I civili devono essere protetti e deve essere aperto il corridoio umanitario.   Entrambi le parti dovrebbero iniziare immediatamente il dialogo”.   Da lui ci si aspetta un ruolo chiave anche nella strategia di riequilibrio con la Cina e sull’asse Asia-Pacifico.  Inoltre Sullivan ha fatto parte dei diplomatici USA scelti da Obama per incontri segreti (in Oman e a Ginevra) con una delegazione degli ayatollah di Teheran.  Sarà fondamentale quando ci sarà da ridefinire un nuovo Accordo nucleare e i rapporti con l’Iran, il nemico che Trump avrebbe voluto bombardare prima di lasciare la presidenza, dopo un programma sanzionatorio di massima pressione (inasprito prima del 20 gennaio 2020) e dopo aver promosso in funzione anti-iraniana (con gli Accordi di Abramo) l’alleanza regionale di Israele con Paesi sunniti. Di recente è stato assassinato anche Moshen Fakhrizadeh principale scienziato iraniano nucleare.  Poiché la squadra di Biden si troverà davanti al paradosso di dovere invertire una politica che agli USA ha dato un vantaggio strategico “diviene cruciale – scrive giustamente Paolo Quercia (IAI) – il ruolo dell’Europa e degli alleati degli USA su cui Biden vuole nuovamente costruire un nuovo equilibrio internazionale, per resettare la partita e riavviare una nuova fase”.   In Iran, ad oggi, alle prossime elezioni parlamentari di marzo, dopo l’indebolimento del fronte dei modernisti, ci si aspetta una sua sconfitta a vantaggio di conservatori e nazionalisti.

Avril Haines è la nuova direttrice della National Intelligence.   Linda Thomas-Greenfiled è l’ambasciatrice all’ONU.  A Yanet Yellen (designata al Tesoro) spetta lo sblocco di una manovra di spesa pubblica che aiuti famiglie e imprese.   Il cubano Alejandro Mayorkas è il nuovo superministro degli interni cui spetta il comando della polizia di frontiera e l’Immigration Service.  Dovrà ricostruire la Homeland Security – che include il terrorismo – un’Agenzia che durante il mandato di Trump ha attuato misure sull’immigrazione molto rigide.  La nuova Amministrazione si ripropone di smontare, subito, alcuni editti anti-immigrati di Trump quali la separazione di figli e genitori alla frontiera, l’uso di gabbie per la detenzione, l’espulsione di giovani immigrati arrivati negli USA da bambini.  L’”amnistia per 11 milioni di clandestini” andrà però concordata con i repubblicani.

L’energia è stato uno dei temi centrali della campagna per le elezioni presidenziali.  Donald Trump ha difeso il petrolio e shake gas, il cui boom negli ultimi anni ha creato molti posti di lavoro e consentito agli USA di raggiungere l’indipendenza energetica.  Joe Biden ha sostenuto l’esigenza di programmare la transizione energetica da fonti fossili a rinnovabili, completandola entro il 2050.  Il nuovo Mister clima USA sarà John Kerry, cui spetta il compito di invertire le politiche negazioniste di D. Trump e il ripristino delle politiche ambientali (otre 100 norme e regolamenti sull’inquinamento dell’aria, dell’acqua e dell’atmosfera, da Trump annullati).   Kerry ha già sottolineato: “il lavoro che abbiamo iniziato con l’Accordo di Parigi è lungi dall’essere concluso” e bisogna andare oltre.  Intanto, i danni provocati dall’inquinamento dei gas serra scatenati dalle revisioni del presidente Trump potrebbero avere conseguenze più profonde del suo unico mandato.  Le sue azioni – a livello nazionale e internazionale – hanno anche contribuito ad incoraggiare i leader di alcune altre grandi economie ad indebolire i livelli di emissione di gas serra.  “C’è stato un effetto domino” sottolinea Laurence Tubiana, ambasciatore francese per il clima durante i negoziati di Parigi del 2015.  Il presidente del Brasile, Jair Bolsonaro, si è ispirato a Trump sulle questioni climatiche, definendo il movimento per la riduzione del riscaldamento globale un complotto dei “marxisti” per frenare la crescita.  E il primo ministro dell’Australia, Scott Morrison (come Trump) ha rimosso il legame che esiste tra il cambiamento climatico e gli incendi boschivi, promuovendo nello stesso tempo l’uso del carbone.

La priorità delle priorità del nuovo Presidente degli USA sarà la lotta al Corona-19 e vaccino per tutti.  Tra l’altro, il coronavirus ha fatto capire all’opinione pubblica la situazione della classe lavoratrice in America: lavoratori / persone un tempo sindacalizzate con retribuzioni basse e del tutto privi di protezione. Trump, nel Comitato Nazionale per le relazioni industriali, ha imposto la nomina di membri ostili al mondo del lavoro.  Inoltre ha offerto agevolazioni fiscali a imprese (grandi e piccole) proponendo tagli massicci al settore dell’istruzione, dell’alloggio e dei programmi alimentari.  Ha cercato di escludere 32 milioni di persone dall’assistenza sanitaria, presentando bilanci che richiedevano tagli di miliardi di Medicare, Medicaid e previdenza sociale. E, nel suo tentativo di esser rieletto è ricorso anche a razzismo e xenofobia.

Joe Biden – come ben sottolineato da Le Monde – ha condotto una campagna elettorale a favore di una politica progressista del lavoro, e per attuare gran parte della legislazione del lavoro proposta dai Democratici nel 2019-2020.     Nel mese di luglio, ha affermato che avrebbe spinto per aumentare a 15 dollari l’ora il salario minimo a livello federale – mai aumentato dal 2009 (anno in cui fu innalzato a 7.25 dollari) – e per eliminare i salari da miseria.    Inoltre, si è impegnato a firmare la legge sulla tutela del diritto sindacale (la legge PRO Act) per rafforzare la sindacalizzazione dei lavoratori.  Consentendo ai lavoratori di formare un sindacato tramite le elezioni in cui i lavoratori firmano un modulo che autorizza il sindacato a rappresentarli, questa legge consente la diffusione dei sindacati.  Durante la sua campagna elettorale – per fornire, ai datori di lavoro e ai lavoratori in prima linea, un orientamento su cosa fare per contenere la diffusione del Covid-19 – Biden ha suggerito: “lo sblocco e rispetto immediato dello Standard per l’Emergenza Temporanea” e il “raddoppio del numero di ispettori in materia di salute e di sicurezza sul lavoro per il rispetto della legge, degli standard e delle linee guida esistenti”.  E, probabilmente, una delle prime cose che l’amministrazione Biden farà, sarà incaricare l’Amministrazione per la Sicurezza e la Salute sul Lavoro del Dipartimento del Lavoro di intensificare l’applicazione delle norme sulla sicurezza dei lavoratori, anche attraverso l’emanazione di uno Standard per l’Emergenza Temporanea, o di una serie di Linee guida, che indichino come un datore di lavoro debba proteggere i lavoratori dal Covid-19, e che aumentino le sanzioni ai trasgressori.   Inoltre, Biden ha promesso una Commissione Nazionale per le Relazioni Industriali più rispettosa del lavoro. La composizione della National Labor Relations Board (responsabile dell’applicazione della legge del lavoro e della risoluzione delle controversie tra sindacati e datori di lavoro) è stata modificata da Trump per far passare una serie di decisioni favorevoli alle imprese (tra cui la richiesta di classificare gli autisti Uber i come lavoratori autonomi, anziché lavoratori dipendenti).  

Parte dei Democratici sostiene l’estensione dell’assistenza sanitaria e della previdenza sociale, un Piano di azione contro il cancro, la gratuità di college e università, la fine di un sistema di giustizia criminale razzista.   Che si tratti di sanità, clima o immigrazione, Joe Biden si ripropone quindi di riparare i danni fatti da Trum.  Conta resuscitare Obamacare. E intende rafforzare Medicaid (assistenza pubblica per i più poveri) eliminando alcune limitazioni poste da Trump come quella che richiedeva certi obblighi lavorativi per ottenere la copertura.  Sostiene la creazione di milioni di posti di lavoro ben retribuiti, contrastando il cambiamento climatico e ricostruendo infrastrutture.    Ha anche prospettato aumenti delle tasse per ricchi, e grandi società, e un incoraggiamento alla produzione anche attraverso il commercio.  Da qui un’Agenda caratterizzata da un nazionalismo economico non molto diverso – nella sostanza – da quella di D. Trump.  Il 25 gennaio 2020 (5 giorni dopo il suo insediamento) ha firmato un ordine esecutivo per costringere l’Amministrazione a comprare più prodotti americani. D’ora in avanti, perché un prodotto possa essere considerato “made in USA”, più del 50% dei suoi componenti deve provenire da aziende americane. Inoltre, una società americana può essere selezionata durante una gara d’appalto anche se costa il 20% in più rispetto a un concorrente straniero. Da qui un commento leggibile su Le Monde: “Gli USA trarrebbero vantaggio dal sostenere le regole di reciprocità che faciliterebbero l’accesso a nuovi mercati all’estero” Per i suoi costi “il messaggio di Biden rischia di essere inefficace per i lavoratori americani e controproducente per relazioni transatlantiche in un momento in cui gli USA e l’UE avrebbero bisogno di unirsi contro la Cina per costringerla a rispettare finalmente le regole del commercio internazionale”.

In Politica estera….  –  Dai segnali lanciati da Biden e i suoi principali collaboratori l’accento dovrebbe essere posto su alcuni punti: la riscoperta del multilateralismo efficace, il rinsaldamento delle alleanze con il fronte dei paesi democratici, il confronto diplomatico con le potenze autoritarie, attenzione alle aree in via di sviluppo.  Biden ha attivato il dialogo con i leader alleati dei due paesi vicini (Canada e Messico) con cui vuole rafforzare la “special relationship”.  E (al contrario di Trump che per 4 anni ha picconato allo stesso modo UE e Alleanza atlantica) ha ribadito l’impegno degli USA per la difesa collettiva ai sensi dell’art. 5 del Trattato del Nord Atlantico e ha sottolineato il suo impegno a rafforzare la sicurezza transtlantica, anche attravreso la NATO e la partership degli USA con l’UE”. 

Nella tradizione democratica, l’Amministrazione Biden pone l’accento sui diritti umani.  Da qui già due segnali forti alle due superpotenze rivali, Russia (per i casi Navalnyi e Ucraina) e Cina (per uiguri – e Taiwan).  Circa la Russia – sottolineava Michael Carpenter su “La Stampa” – “Puntiamo ad unificare gli alleati per misure che potenzino militarmente la NATO, e impongano costi a Mosca quando ha comportamenti ostili, o mina la sovranità di atri Paesi.  Allo stesso tempo vogliamo promuovere la stabilità, aumentando il dialogo sul controllo degli armamenti e la riduzione dei rischi.  Finché la Russia mantiene truppe in Ucraina e occupa territori sovrani, non dobbiamo togliere le sanzioni. Sarà importante sederci con i partner europei, inclusa l’Italia, per allineare le nostre visioni, contenere l’aggressione russa, impedire di sovvertire le nostre democrazie. Il futuro potrebbe portare a una relazione più produttiva, ma non dobbiamo essere ingenui e pensare che sia dietro l’angolo”. 

 La Russia è un Partner strategico o si avvia a diventare un rivale strategico?  Dopo il suo insediamento (20 gennaio 2020) il presidente Jo Biden ha dovuto rapidamente affrontare la proroga della scadenza dell’ultimo accordo con la Russia per il controllo delle armi nucleari rimaste, il Nuovo Trattato Start, che Trump si è rifiutato di firmare.  Biden si è espresso anche a favore del mantenimento del Trattato Open Skies Treaty negoziato trent’anni fa per permettere ai paesi di sorvolare il territorio di un altro paese, utilizzando sensori elaborati per assicurare che non si stiano preparando a compiere azioni) da cui Trump ha ufficialmente ritirato gli Stati Uniti militari.  Ma, se da un lato, è pronto a prorogare per altri 5 anni il Trattato Start (in scadenza il 5 febbraio) per il controllo degli arsenali nucleari – il che riporta USA e Russia all’epoca delle grandi intese ridando alla Russia il rango di superpotenza – dall’altro lato, evitando l’atteggiamento compiacente di Trump,  ha espresso preoccupazioni (e non esclude nuove sanzioni) sulle interferenze russe nelle elezioni, sui cyber attacchi, sull’avvelenamento di Navalnyi (in carcere dal 17 gennaio) e sulla violazione dei diritti umani.  L’occidente difende Navalnyi. Il Dipartimento di stato americano ha “condannato con forza l’uso di metodi brutali contro manifestanti e giornalisti in diverse città della Russia” chiedendo a Mosca di rilasciare “in modo incondizionato” Navalny e  “tutte le persone detenute per aver esercitato i loro diritti universali” scolpiti “non solo nella Costituzione russa ma anche negli impegni di Mosca verso l’OSCE e verso la Dichiarazione universale dei diritti umani, nonché nei suoi obblighi in base al Patto Internazionale sui diritti civili e politici”.  Biden ha promesso di “stare a fianco dei nostri alleati e partner in difesa dei diritti umani”.  Ed ha anche riconfermato la linea dura sull’Ucraina: gli USA danno forte sostegno alla sovranità di Kiev contro “l’aggressione russa in corso”.   

Da parte sua, il Presidente Putin si è detto a favore della “normalizzazione delle relazioni tra USA e Russia “nell’interesse di entrambi i Paesi e dell’intera comunità internazionale”.

La rivalità strategica è nei confronti della Cina.  Gli USA di Biden sembrano ri-confermare una linea dura nei confronti della Cina, anche se con metodi diversi e coinvolgendo gli alleati.  La Casa Bianca conferma la linea dura di Trump contro i “fornitori non affidabili” di 5 G come la cinese Hawei (accusata di spionaggio, anche se non è ancora chiaro).  Alleati avvisati.  Il Dipartimento di Stato ha lanciato un duro attacco, condividendo l’accusa di genocidio contro gli uiguri, e per le pressioni cinesi (militari diplomatiche ed economiche) su Taiwan: “noi saremo schierati con amici e alleati per promuovere la nostra comune prosperità e sicurezza nell’area dell’Indo-Pacifico e questo include un rafforzamento dei nostri legami con la democratica Taiwan”. E gli USA non sembrano cambiano linea sul Mar cinese, e hanno confermato di restare schierati con le nazioni del Sudest asiatico che “resistono alla pressione della Cina”.  Il Mar cinese è oggetto di una contesa internazionale in cui la Cina non ha diritti assoluti, anche se rivendica tutto il Mar cinese meridionale (ricco di energia, importante rotta commerciale, un bacino interno in cui la Cina non può non giocare mosse di potenza contro paesi minori come Filippine, Brunei, Vietnam, Malesia e Taiwan). 

Inoltre Biden, il suo Dipartimento di Stato e il Consiglio di sicurezza hanno già tracciato altre linee di Politica estera: rafforzare es ampliare gli accordi di Abramo tra Israele e i Paesi Arabi (lo Stato ebraico ha appena inaugurato la sua ambasciata a Abu Dhabi), un Accordo “più forte e più duraturo” con l’Iran sul nucleare, una” nuova strategia” contro la minaccia nordcoreana, la revisione dell’Accordo di pace siglato da Trump con i talebani in Afghanistan.  Gli USA di Biden hanno momentaneamente sospeso la vendita di caccia F-35 agli Emirati arabi.  E porranno fine, in tempi rapidissimi, a qualsiasi genere di supporto all’intervento saudita in Yemen. Inoltre, la Cia ha riconosciuto il coinvolgimento dell’erede al trono saudita nell’uccisione di Jamal Khashohhi, giornalista del Washington Post ucciso al consolato saudita di Istanbul.

Biden farà rientrare gli USA nelle istituzioni da cui l’Amministrazione Trump si è ritirata (o ha minacciato di volerlo fare) – come l’Organizzazione mondiale della salute (OMS), UNESCO e Commissione ONU sui diritti umani – e rilancerà Accordi internazionali come quello di Parigi sulla lotta ai cambiamenti climatici oltre che quello sul nucleare con l’Iran.  Affronterà con serietà la difesa dei diritti umani.  Tornerà a costruire coalizioni (invece di demolirle).   L’America è tornata” – ha dichiarato presentando ufficialmente il primo nucleo della sua squadra di governo – “Gli Stati Uniti vogliono sedere al capotavola del palcoscenico internazionale e così come ci opporremo agli avversari, lavoreremo sempre con gli alleati”.    Rilancerà la NATO e le relazioni con gli alleati europei.   Ma senza rinunciare ad alcune politiche commerciali dell’”America first” di Trump.  Il “Buy America” di Biden non è sostanzialmente molto diverso dal protezionimo di Trump.

Biden e UE-NATO     –   Dai membri della NATO, la vittoria di Joe Biden è stata accolta con un sospiro di sollievo.   Ci sarà da ricucire gli strappi che si sono accumulati con un Donald Trump che (considerando l’obsoleta struttura dell’Alleanza atlantica un relitto della Guerra Fredda che metteva i bastoni tra le ruote al suo tentativo di arrivare a una distensione con la Russia di Vladimir Putin) ha sparato a zero su Paesi che si pensavano alleati quasi “naturali” degli Stati Uniti.  Inoltre, la NATO è frammentata e denota un arretramento della democrazia.  Si pensi per esempio al comportamento della Turchia.  Ma Biden è un atlantista.  Metterà grande enfasi sul suo rafforzamento, sia in termini di difesa e deterrenza, sia in termini di coesione (la coesione sarà prioritaria). L’importanza della difesa collettiva e dell’alleanza atlantica saranno ribadite, e l’Unione europea sarà trattata come un vero partner, sottolineano più analisti. 

 La condivisione del fardello (delle spese) resta un importante principio NATO, ma con pandemia e crisi economica ci sarà forse più flessibilità circa il rispetto del 2% del PIL da investire nella Difesa.  Ci sono – sottolineano intanto fonti americane – investimenti su mobilità e prontezza militare, che non rientrano in quelli per la difesa, ma possono essere conteggiati per i Paesi che li espandono. 

Se – per l’Europa – Trump è stata la tempesta, l’arrivo di un internazionalista rappresenta la quiete dopo la tempesta.  Washington lavorerà, non in contrapposizione, bensì a fianco – dell’UE nei Balcani.  Dialogherà. Si coordinerà, con gli europei, su Ucraina, Bielorussia, Caucaso, Russia, Turchia, Medio Oriente ecc.  Accoglierà con favore la mediazione europea per facilitare il proprio ritorno nell’Accordo nucleare con l’Iran.  Dalla risposta alla pandemia al clima, dalla non proliferazione alla ripresa economica, in Biden gli europei troveranno di nuovo un Partner americano nella governance globale.   Ma, dove stabilire l’equilibrio tra il potere americano e la sovranità europea?   Con Trump si è ben capito che l’Europa non è più all’ombra o al riparo di una benevolenza americana garante della sicurezza, data totalmente per scontata.  Il dibattito in Germania influenzerà gli altri paesi – soprattutto i paesi nordici – che fanno dell’atlantismo l’alfa e l’omega della loro politica di sicurezza

 L’Unione europea – sotto impulso della Germania e della Francia – vuole provare ad avere un’Agenda strategica autonoma anche dagli USA, partner storico che rimarrà tale ma con nette differenze rispetto al passato.  L’autonomia europea non è incompatibile con un più forte legame transatlantico.  Ne è la base.  Se l’Europa riuscisse a diventare più coesa, e a proporsi come Continente unito, potrebbe utilmente dare una mano a Biden nel ridisegnare più costruttivi rapporti ed equilibri internazionali.

 In materia di sicurezza, gli Europei (pilastro europeo dell’alleanza atlantica) dovrebbero precisare le loro aspettative e i punti su cui sono pronti a impegnarsi di più.  E l’Italia?  Potrebbe contribuire con assetti in Medio Oriente e nel Mediterraneo, dove gli USA si ritirano?   “Certo è un tema su cui dobbiamo coordinarci   – precisa Michael Carpenter (La Stampa, 11 novembre 2020) – Sarete molto importanti per la strategia meridionale della NATO, riguardo Nord Africa e Mediterraneo, che va rafforzata. In queste regioni guarderemo a voi per un ruolo guida, anche per le migrazioni.  In Libia siete molto impegnati. E ciò è utile. La NATO deve sviluppare una strategia meridionale più complessiva, ma sulla Libia l’UE potrebbero guidare (nonostante la rivalità Italia-Francia). Questo è un caso dove ci vuole coordinamento, nella NATO e nell’UE, e gli USA devono favorirlo”.

Nel contempo,Biden intende convocare un “Vertice delle democrazie”.  Come scriveva in suo articolo su Foreign Affairs, il vertice “riunirà le democrazie del mondo libero…per rinnovare lo spirito e lo scopo condiviso delle nazioni del mondo libero…per rafforzare le nostre istituzioni democratiche, affrontare onestamente le nazioni che si stanno ritirando (dalla democrazia) e forgiare un’Agenda comune” (tra l’altro) per la lotta a corruzione e autoritarismo, e per la difesa dei diritti umani.    Si tratta di un progetto simile a quello (franco-tedesco) di “alleanza del multilateralismo”?   Oppure si tratta di un’alleanza anti-cinese guidata da Washington?   Se è vero che l’Amministrazione Biden coordinerà la sua politica verso la Cina con quella europea, l’obiettivo di tale coordinamento sarà quello di spingere l’Europa sulle posizioni statunitensi in merito al decoupling (“disaccoppiamento”) tra USA e Cina?  

Mantenere una convergenza transatlantica nei rapporti con Mosca e Beijing non è cosa scontata.  In merito sono oramai emerse più Ipotesi.  C’è chi ipotizza – in assenza di un nuovo impegno americano su ciò che strategicamente preoccupa gli europei (dal Mediterraneo al Medio Oriente, alla sovranità europea) – una richiesta americana (agli europei) di un allineamento completo sulla politica USA nei confronti della Cina.    E – prevedendo una mera “restaurazione” del passato – pensa che gli Europei ricadranno in uno stato di passività, cullandosi nell’idea di un “ritorno allo status quo ante   Altri pensano che – se le tensioni tra USA e Cina continueranno ad aumentare – l’Europa potrebbe anche essere tentata di andare per la sua strada, se non altro per mantenere forti legami economici con la Cina.  Ma c’è anche chi, come per esempio l’ambasciatore francese Michel Duclos – rilevando che siano già agli inizi di una relazione triangolare Cina-Europa-USA (che, per l’interconnessione delle economie non è simile al triangolo URSS-Europa-USA) e che la congiuntura è favorevole a un dialogo utile tra Europa e USA – pensa che “da parte europea, sarebbe saggio evitare la ricerca di una terza via e, dal lato americano, una volontà d’irreggimentazione sistematica dell’Europa.  Non è per cedere a pressioni americane che gli europei hanno indurito il loro approccio ma in conseguenza della rigidità mostrata dalla Cina o in considerazione dei loro interessi di sicurezza (Huawei e 5G)”.  

L’impegno degli USA di Biden nel Mediterraneo sarà più chiaro solo nel corso dei prossimi mesi.  


[i]       I 30 paesi membri della NATO sono questi: Albania, Belgio, Bulgaria, Canada, Croazia, Danimarca, Estonia, Francia, Germania, Grecia, Islanda,

          Italia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Macedonia del Nord, Montenegro, Norvegia, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Regno Unito, Repubblica    

          ceca, Romania, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Stati Uniti, Turchia, Ungheria.

[ii]      Le Monde 5 dicembre 2019

[iii]      Idem

 

Buona pasqua

aprile 4, 2021

Catene di fornitura: gli strumenti internazionali in essere (Appendice del mio nuovo libro del 2021)

marzo 29, 2021

Quanto segue è connesso al mio nuovo libro L’Unione europea Origini Presente Prospettive Future in fase di pubblicazione con Simple Editore (2021) .

Avrebbe dovuto essere una sua Appendice, poi, ho preferito renderlo leggibile qui per evitare un volume troppo voluminoso.

CATENE DI FORNITURA: GLI STRUMENTI INTERNAZIONALI IN ESSERE  di Silvana Paruolo

Qui di seguito in sintesi una breve rassegna dei principali strumenti internazionali che si occupano di catene globali di fornitura.

a. L’ Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite – (obiettivi 9-12-17) – Gli obiettivi 9 (costruire industrie inclusive e sostenibili) e 12 (garantire modelli sostenibili di produzione e di consumo) si concentrano in modo specifico sulle catene di approvvigionamento mentre l’obiettivo 17 (rafforzare i partenariati per lo sviluppo sostenibile) riguarda la condotta delle imprese;

b. I Principi Guida delle Nazioni Unite su imprese e diritti umani (2011) sono stati sviluppati dalle Nazioni Unite a partire dal rapporto Protect, Respect and Remedy: a Framework for Business and Human Rights del 2008 del prof. John Ruggie, Rappresentante Speciale del Segretario Generale delle N.U. sul tema dei diritti umani.

Il Framework ha optato per un approccio procedurale, ossia basato sulla predisposizione di tecniche di prevenzione, rispetto a uno più strettamente sostanziale, diretto all’identificazione precisa delle norme internazionali applicabili.  Richiama la Carta Internazionale dei Diritti Umani e le otto Convenzioni fondamentali dell’OIL per identificare un contenuto minimo di diritti largamente riconosciuti dalla comunità internazionale.  Sostiene che la Responsabilità delle imprese di rispettare i diritti umani deve basarsi su due concetti:

  • la sfera d’influenza (concetto già nel Global Compact delle Nazioni Unite dal rapporto rivisto) – intesa come “impatto” delle loro attività sui diritti umani – delimita l’ambito di operatività degli obblighi imprenditoriali
  •  la due diligence (diligenza dovuta) ne specifica il modus. Dopo una valutazione delle implicazioni della loro azione, le imprese devono elaborare una policy aziendale relativa ai diritti umani, integrata in tutti i livelli dell’organizzazione (anche attraverso formazione) e monitorata

Successivamente i Guiding Principles on Business and Human Rights (i Principi Guida) hanno costituito una “piattaforma di azione globale”.    Gli Stati dovrebbero “incoraggiare […] le imprese a comunicare come esse affrontano il loro impatto sui diritti umani”e “fornire loro indicazioni effettive su come rispettare i diritti umani nella propria attività”.   Le imprese sono tenute a rispettare i diritti umani riconosciuti a livello internazionale, tra i quali rientrano, come minimo, quelli previsti dalla Carta internazionale dei diritti umani e dalla Dichiarazione dell’OIL del 1998 sui principi e i diritti fondamentali nel lavoro.  Devono cercare di impedire – o mitigare – un impatto negativo sui diritti umani direttamente correlato alle loro relazioni d’affari (che includono anche quelle con i soggetti facenti parte della catena del valore).   Il grado di responsabilità dell’impresa varia a seconda che essa abbia causato – o contribuito a causare – l’impatto negativo correlato alle attività ivi incluso le omissioni). Le modalità operative di adempimento di queste responsabilità sono molteplici si articolano in tre momenti:

  • la redazione e diffusione (dentro e fuori l’impresa) di una Linea di politica aziendale
  • l’adozione di un processo di Due Diligence 
  • la predisposizione di meccanismi volti a porre rimedio alle violazioni[1].

Ai portatori di interessi (“stakeholders”) è attribuito un ruolo attivo nelle diverse fasi della Due Diligence sia ex ante, sia ex post (per controllare la veridicità di quanto dichiarato).    Circa i rimedi, si riconosce il possibile contributo di iniziative collaborative (quali quelle multistakeholders) purché istituiscano “effettivi meccanismi di reclamo” “(effective grievance mechanisms”).    Il relativo commento ricorda anche le procedure di risoluzione delle controversie previste dagli Accordi quadro globali stipulati da Multinazionali transnazionali e Federazioni sindacali internazionali.   Sulla base di quanto appreso nel corso delle procedure di verifica, le  imprese sono tenute a prendere “i provvedimenti necessari”: porre fine a un impatto negativo, impedire che questo si produca, interrompere quelle concause che non derivano da una sua azione diretta (anche considerando – se non basta l’esercizio della  propria influenza/“leverage” – la possibilità di terminare la relazione a cui è legato l’impatto negativo sui diritti umani, o esponendosi a un fallimento, o rinunciando a un settore essenziale di attività).   Inoltre, le imprese sono messe in guardia circa i rischi reputazionali, economici e legali inerenti alla scelta di continuare a portare avanti rapporti commerciali cui sono connesse conseguenze negative sui diritti umani. Si tornerà sui sindacati più avanti.  

Attualmente è in corso una campagna tesa alla stipulazione di un Trattato internazionale che sancisca alcuni principi vincolanti in materia di Transnational company/corporation.   I promotori dell’iniziativa hanno ottenuto la maggioranza relativa dei voti in seno al Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, che il 26 giugno 2014 ha approvato la Risoluzione n. 26/9. 

Si è così deciso di “istituire un gruppo di lavoro intergovernativo aperto sulle società transnazionali e altre imprese con riferimento ai diritti umani, il cui mandato è quello di elaborare uno strumento internazionale e giuridicamente vincolante per regolare, nell’ambito della legge internazionale sui diritti umani, le attività delle società transnazionali e delle altre imprese”.  In adempimento del mandato ricevuto, il Gruppo di lavoro ha diffuso una “bozza zero” (“zero draft”) il 16 luglio 2018, di cui è stata presentata una versione rivista esattamente un anno più tardi.  La stretta maggioranza raccolta intorno alla Risoluzione 26/9 dimostra quanto resti controversa la proposta di elaborare uno strumento vincolante.

c. Gli strumenti dell’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL-ILO-OIT) Da qualche anno, la globalizzazione delle catene globali di fornitura – e l’esigenza di garantire condizioni sicure di lavoro dignitoso lungo l’intera filiera di produzione globale – hanno acquisito un’importanza crescente per l’Agenda del Lavoro Dignitoso dell’OIL.  La Conferenza Internazionale del Lavoro ne ha discusso nella sua 105a sessione nel giugno 2016, anno in cui è stata adottata La Risoluzione del 2016 sul lavoro dignitoso nelle catene globali di approvvigionamento. Ma, nel febbraio 2020 (a causa de Covid-19 – e non solo) si è riusciti a trovare un accordo solo per dire che nel marzo 2021 ci si dovrebbe di nuovo mettere d’accordo su come andare avanti e su quale tipo di questioni. Per l’OIL, i percorsi di responsabilizzazione dell’impresa dovrebbe essere intesa oltre i confini e oltre il velo societario. Nella prospettiva OIL – che prefigura una governance composita e multilivello – gli Stati dovrebbero intensificare i sistemi ispettivi e di controllo (elemento centrale per potere contrastare lo sfruttamento dei lavoratori nelle catene, e nello stesso tempo mettere in luce le cose che non vanno). È una questione delicata perché un’impresa leader di una catena, spesso, non sa neanche chi sono i subfornitori, appaltatori di secondo e terzo grado, e quindi c’è anche difficolta poi a intervenire e sapere cosa succede. Ma bisognerebbe acquisire informazioni in merito.

 Ad oggi, per le catene globali di fornitura/approvvigionamento, i suoi principali strumenti sono questi che seguono.

 –  La Dichiarazione sui diritti e principi fondamentali (1998)Nel 1998, ci fu un gran dibattito, soprattutto a livello sindacale, in cui si chiedeva di portare i diritti fondamentali – per esempio tramite una clausola sociale – nell’OMC.  Ma fu detto che se doveva occupare l’OIL.  Fu quindi varata questa Dichiarazione, molto interessante perché – per la prima volta – fu detto che i principi delle 7 Convenzioni fondamentali dell’OIL (poi diventate 8) che hanno dato vita a questi diritti fondamentali – anche se non ratificate – dovevano valere, erga omnes, per tutti i membri dell’OIL: se c’è volontà politica, si trovano anche i meccanismi attuativi.  Le 8 Convenzioni Oil considerate fondamentali sono: C29 sul lavoro forzato; C87 sulla libertà di associazione sindacale; C98 sul diritto di organizzazione e contrattazione collettiva; C100 sulla parità di retribuzione tra uomo e donna; C105 sull’abolizione del lavoro forzato; C111 sulle discriminazioni; C138 sull’età minima; C182 sulle peggiori forme di lavoro minorile

La risoluzione sul lavoro dignitoso nelle catene globali di approvvigionamento (2016)La Risoluzione richiama una serie di iniziative poste in essere non solo dall’OIL, ma anche dalle Nazioni Unite, dagli Stati, dalle parti sociali (parr. 8-11).

Ma – rispetto i Principi guida delle N.U. – è relativamente scarsa l’attenzione dedicata al ruolo di vigilanza delle Multinazionali.

Agli Stati viene chiesto di  agire –  tra altro –  per  favorire il dialogo sociale; aiutare le imprese a identificare i rischi specifici legati ai settori merceologici e ad attuare processi di Due diligence, rendendo inoltre note le proprie aspettative in proposito; stimolare la trasparenza, anche prevedendo, eventualmente, la pubblicazione di resoconti circa gli esiti delle pratiche di Due diligence; inserire nei Trattati di libero scambio clausole che impediscano di utilizzare la violazione degli standard lavoristici.    Alle parti sociali è attribuito un ruolo di primo piano nella promozione del lavoro dignitoso nelle catene, attraverso il dialogo sociale transfrontaliero.   Molteplici i richiami ai prodotti della contrattazione collettiva transnazionale, e cioè agli Accordi quadro internazionali o globali (espressamente menzionati ai parr. 11, 17 e 23, lett. c).  Le organizzazioni dei lavoratori dovrebbero fornire agli stessi lavoratori assistenza tecnica e informazioni circa i loro diritti e dovrebbero “negoziare con le imprese multinazionali Accordi azionabili, e coinvolgere i rappresentanti dei lavoratori nel monitoraggio della loro applicazione pratica”.

 Stati e parti sociali sono incoraggiati a dare spazio alle iniziative c.d. multisatkeholder, che, tuttavia, devono affiancare e non sostituire i sistemi di governance pubblica delle catene di fornitura.    Infine, la Conferenza sollecita anche l’OIL nel suo complesso a sviluppare un “programma d’azione” (“program of action”) – secondo le direttive elencate al par. 23 – che includono attività generale dall’Organizzazione (la promozione di ratifica e implementazione di convenzioni e raccomandazioni, la fornitura di Servizi di assistenza tecnica agli Stati, nell’ottica di migliorare la legislazione lavoristica e garantire il rispetto dello Stato di diritto)  e indicazioni più specifiche, dalla cooperazione con altri forum internazionali  (quali le Nazioni Unite, il G7, il G20 e i Punti di contatto nazionali istituiti in attuazione delle Linee Guida dell’OCSE) allo studio e  raccolta di dati  sulle catene del valore, realtà dinamiche, da analizzare caso per caso. 

 In questa prospettiva, al par. 25 si pone in dubbio l’effettiva rispondenza degli attuali standard OIL alle esigenze di promozione del lavoro dignitoso lungo le catene globali di fonitura.  Per tale ragione, si suggerisce di approfondire la questione, convocando, non appena il Consiglio d’Amministrazione lo ritenga opportuno, un incontro tecnico con lo scopo di: “individuare le carenze che producono deficit di lavoro dignitoso nelle catene globali di fornitura; identificare i principali ostacoli al raggiungimento del lavoro dignitoso nelle catene globali di fornitura; valutare quali orientamenti, programmi, misure, iniziative o standard per promuovere il lavoro dignitoso e/o agevolare la riduzione dei deficit di lavoro dignitoso nelle catene globali di fornitura”. 

In conformità alle Conclusioni adottate dalla Conferenza, l’Ufficio Internazionale del Lavoro ha elaborato, nell’arco di pochi mesi, un primo “programma d’azione” (“programme of action”), poi modificato secondo le osservazioni effettuate dal Consiglio d’Amministrazione, nonché completato da una serie di indicazioni operative, che ne specificano contenuto, obiettivi e tempistiche.   Il programma, della durata prevista di cinque anni (2017-2021) è suddiviso in cinque aree d’intervento: 

  • “produzione e divulgazione di informazioni” (knowledge generation and dissemination);
  • capacity building”;
  • “effettiva promozione del lavoro dignitoso nelle catene globali di fornitura” (effective advocacy for decent work in global supply chains);
  • “consulenza sulle politiche [da adottare] e assistenza tecnica” (policy advice and technical assistance)
  •  “collaborazione e coerenza delle politiche” (“partnerships and policy coherence”).

Ma, nel febbraio 2020 (causa Covid-19 e non solo), l’unica cosa su cui è stato raggiunto un Accordo è stato di riparlarne nel marzo 2021.

 La Dichiarazione tripartita di principi sulle imprese multinazionali e la politica sociale – Collegata alla decolonizzazione e alla richiesta di diritti – da parte di altri paesi – che ne è derivata, la Dichiarazione è stata adottata per la prima volta nel 1977.  Successivamente è poi stata emendata nel 2000, nel 2006 e nel 2017.  Il riferimento alle catene di fornitura rappresenta una novità introdotta con l’ultima revisione del 2017, tenuto conto degli sviluppi intercorsi in ambito OIL […] oltre ai Principi guida su imprese e diritti umani […]”. 

La Dichiarazione è “una guida per imprese multinazionali, governi e organizzazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori in ambiti quali occupazione, formazione, condizioni di vita e di lavoro e relazioni industriali” :  a testimonianza che, perfino presso l’OIL, solo in tempi molto recenti ha cominciato a svilupparsi una certa consapevolezza circa i deficit di lavoro dignitoso che si producono all’interno delle catene di fornitura.  

La principale novità introdotta – nel 2017 – rispetto alle precedenti versioni della Dichiarazione è costituita dall’obbligo di due diligence.  “Le imprese multinazionali dovrebbero sfruttare la propria influenza al fine di incoraggiare i rispettivi partner commerciali affinché prevedano strumenti efficaci che permettano di porre rimedio agli abusi dei diritti umani riconosciuti a livello internazionale”.  Questi riferimenti all’esercizio della propria influenza e al rispetto dei diritti umani internazionalmente riconosciuti, del tutto assenti nelle precedenti versioni della Dichiarazione, riecheggiano evidentemente i Principi Guida delle Nazioni.

Ma in questa Dichiarazione non si parla solo di due diligence. Ai fini di realizzare gli obiettivi della Dichiarazione, si dice che tale processo dovrebbe tener conto del ruolo centrale della libertà di associazione e della contrattazione collettiva, nonché delle relazioni industriali e del dialogo sociale come processo continuo.  La Dichiarazione ha mantenuto capitoli dettagliati su tutta la questione relativa al lavoro.   Non parla solo di diritti fondamentali.  Parla anche di orario di lavoro, di salute e sicurezza, e di relazioni industriali.   Nel 2017, si è aggiunta anche la Sicurezza sociale che prima non c’era perché le multinazionali dovevano andare all’estero dove non c’erano Servizi di sicurezza sociale. È una sorta di Codice la cui rilevanza (come per ogni atto di soft law) dipende in larga misura dal suo seguito.  Inoltre Il dialogo è al cuore stesso della Dichiarazione.

Inoltre, la Dichiarazione Tripartita ha anticipato i Principi guida delle N.U. per quanto riguarda il ruolo attribuito agli Stati d’origine delle Multinazionali nella promozione di buone pratiche, anche attraverso una regolamentazione extraterritoriale delle loro attività.  Sollecita in diversi passaggi l’approccio integrato – multilivello – che pure rappresenta una costante dell’attività normativa dell’OIL.  Ma non ha trascurato a tal fine l’importanza del confronto continuo tra Stati d’origine e Stati destinatari degli investimenti delle imprese.  È prevista una promozione regionale della sua applicazione.   L’OIL ha detto all’Unione africana e all’Unione regionale asiatica che bisogna dialogare tra Stati (mantenendo ciascuno la propria giurisdizione).  Gli Stati sono invitati a dialogare fra loro. Così come le imprese e i sindacati.

Per il resto – come già ricordavo – la Dichiarazione è corredata da una serie di previsioni di carattere sostanziale, che individuano gli standard lavoristici a cui le imprese Multinazionali dovrebbero conformarsi nell’ambito delle loro operazioni (principi desunti in larga misura dagli strumenti OIL applicabili alle imprese multinazionali ed elencati nell’Allegato I). È una sorta di Codice (o breviario).   Le norme OIL sono norme universali minime, nel senso che posso esserci anche norme migliori.   Visto che le questioni procedurali erano già state affrontate dai principi guida, il Consiglio d’Amministrazione dell’OIL ha scelti di (continuare a) concentrare l’attenzione sulla definizione di standard sostanziali, fornendo all’intera comunità internazionale un importante punto di riferimento normativo sull’argomento.

L’Allegato II è dedicato agli “Strumenti operativi”.  Come nelle Linee Guida dell’OCSE, il sistema di “Promozione” dell’utilizzo della Dichiarazione ruota intorno a una rete di “Punti focali nazionali” a composizione tripartita (tramite un’

ampia tipologia di iniziative).  Sulla base delle informazioni ricevute dagli attori nazionali, vengono periodicamente redatti dei Rapporti regionali (di recente sull’Africa, e Asia Pacifico) che devono essere sottoposti al Consiglio d’Amministrazione, cui spetta un ruolo di indirizzo e coordinamento delle attività di promozione, oltre che fornire assistenza tecnica e cooperazione per il tramite dell’Ufficio Internazionale del Lavoro. La sezione 3 della Dichiarazione disciplina la procedura di risoluzione delle controversie aventi ad oggetto l’interpretazione della Dichiarazione.

d. Gli strumenti dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico –   L’OCSE è l’organizzazione internazionale che per prima si è dotata di uno strumento (di soft law) volto a promuovere la Responsabilità sociale d’impresa nel contesto delle imprese multinazionali. 

Si tratta delle Guidelines for Multinational Enterprises (in prosieguo, Linee Guida) – adottate per la prima volta nel 1976 come allegato alla Dichiarazione sugli investimenti internazionali e le imprese multinazionali – e modificate da ultimo nel 2011, con lo scopo di tenere conto, tra l’altro, del Framework di Ruggie del 2008 e dei relativi Principi attuativi.  Destinate alle imprese multinazionali, le Linee guida hanno istituito Punti di contatto nazionali allo scopo di promuovere la conformità alle Linee guida.

In primo luogo, è stata attribuita importanza centrale alle pratiche di due diligence, come sistema di prevenzione e mitigazione dell’impatto negativo sui diritti tutelati, anche in relazione alla catena del valore.  Lo stesso concetto di “impatto negativo” è stato mutuato da quell’idea di “influenza come impatto” che nella visione di Ruggie serve a delimitare il campo della responsabilità imprenditoriale. 

Inoltre, è stato inserito un nuovo capitolo IV, interamente dedicato al tema dei diritti umani.   Interessanti anche i Capp. III (“Disclosure”) e VIII (“Consumer Interests”) che coinvolgono la società civile e il Cap. V (“Employment and Industrial). Relations”).   In sintesi, tra le imprese e la società civile viene istituita una sorta di doppia responsabilità, per cui le prime, divulgando determinate informazioni rilevanti che le riguardano (disclosure), si rendono controllabili dalla seconda, la quale, per converso, deve essere in qualche modo “educata” al consumo sostenibile, in modo tale da acquisire una migliore comprensione dell’impatto economico, ambientale e sociale delle proprie scelte.   

Da qui – nel corso degli ultimi anni – campagne di denuncia di quello che non va (da parte di associazioni dei consumatori, di sindacati e rappresentanti dei lavoratori, o di altri portatori di interesse) e le conseguenti reazioni delle imprese, che alla propria immagine ci tengono.   Un esempio per tutti? Si pensi alla campagna contro l’utilizzo dell’olio di palma.

In merito al Capitolo su lavoro dipendente e relazioni industriali, il par. 1 richiama innanzitutto i diritti fondamentali sanciti dalla Dichiarazione OIL del 1998. 

Inoltre, le imprese sono invitate a “osservare standard […] non meno favorevoli di quelli osservati dai datori di lavoro comparabili nello Stato ospitante.  Nel caso in cui le Multinazionali operassero in Paesi (in via di sviluppo) dove non esistono datori di lavoro comparabili, si raccomanda nondimeno che esse offrano “le retribuzioni, i benefit e le condizioni di lavoro migliori possibili nel quadro delle politiche governative”, e che siano comunque “almeno adeguati a soddisfare i bisogni fondamentali dei lavoratori e delle loro famiglie.  Grande attenzione è poi rivolta ai diritti collettivi, di organizzazione, consultazione e contrattazione.

Manca il diritto di sciopero, ma grande attenzione è rivolta ai diritti collettivi, di organizzazione, consultazione e contrattazione. A tal fine, le imprese devono trasmettere informazioni, preavvisi su decisioni con impatto rilevante sull’occupazione (in modo da mitigarne gli effetti), evitare minacce di delocalizzare il sito produttivo in un altro paese o di trasferire altrove alcuni lavoratori con la finalità di influenzare l’esito dei negoziati o del processo di organizzazione. Nel commento si chiarisce il rapporto di complentarietà che sussiste tra il cap. V delle Linee guida stesse e la dicbiarazione Trapartita dell’OIL. I due strumenti “riguardano entrambi i comportamenti che ci si apetta dalle imprese, e sono intesi come speculari e non confliggenti fra loro”. Malgrado le differenti (e separate) procedure attuative, la Dichiarazione Tripartita “può essere utile per interpretare le Linee Guida, nella misura in cui essa presenta un maggiore grado di elaborazione”.

Benché l’applicazione delle Linee Guida abbia carattere meramente volontario, gli Stati sono tuttavia tenuti a conformarsi alla parte esecutiva, qualora abbiano manifestato la propria adesione.  È prevista una struttura su due livelli:

  • Punti di contatto nazionali tra cui istituzionali rientrano la sensibilizzazione –  sulle Linee Guida-  nel territorio nazionale; la risposta a richieste provenienti da altri  Punti di contatto,  dalla società civile o ancora da Stati non aderenti alle Linee Guida; l’agevolazione della risoluzione pacifica di controversie riguardanti le Linee Guida medesime, anche mediante la consultazione di altri NCP eventualmente coinvolti. Circa le controversie  – per l’indefettibile pubblicazione dei risultati concernenti le procedure (omettendo  le informazioni aventi natura confidenziale) –  sebbene le imprese non siano obbligate a conformarsi a quanto emerso in sede conciliativa, esse dovranno comunque valutare anche le ripercussioni delle proprie scelte in termini di immagine.
  • una Commissione per gli investimenti 

 Oltre alle Linee Guida, l’OCSE ha predisposto, dopo il 2011, una serie di documenti che sono ad esse complementari, e che rispondono, in una certa misura, alle suggestioni dei Principi delle Nazioni Unite.  Il più generale di questi documenti è costituito dalla OECD Due Diligence Guidance for Responsible Business Conduct – approvata dal Comitato per gli investimenti il 3 aprile 2018,  oggetto di una raccomandazione del Consiglio del 30 maggio dello stesso anno. 

Rispetto ai Principi Guida, i sindacati, e i rappresentanti dei lavoratori in genere, sembrano ricevere maggiore attenzione (e, dunque, legittimazione nelle proprie rivendicazioni), essendo più volte citati in maniera autonoma e separata dagli altri portatori di interessi[3]

Altre guide sono settoriali, riguardanti cioè la catena di fornitura di uno specifico settore produttivo, ovvero un determinato aspetto.  La Guida essenziale alla due diligence per il settore dell’abbigliamento e della calzatura” Così, nel box 2 vengono descritti i maggiori rischi in caso di subcontratto ed è elencata una serie di possibili contromisure, tra cui la possibilità di subappaltare i lavori solamente a soggetti previamente approvati dalla committente e la promozione di relazioni commerciali stabili lungo la catena del valore, in modo tale da poter ricostruire più facilmente le fasi in cui si articola il processo produttivo e renderlo dunque maggiormente controllabile. Parimenti, significative raccomandazioni sono fornite anche ai fini della valutazione dei rischi relativi ai fornitori che superano il secondo livello. In particolare, grande attenzione deve essere rivolta alla tracciabilità (traceability) dei processi produttivi, anche mediante l’identificazione dei punti nevralgici, dove il numero dei soggetti coinvolti si assottiglia, ed è quindi più facile esercitare pressione e controllo.

Per un ulteriore approfondimento rinvio alla Tesi di dottorato (Università di Pavia) di Michele Murgo (Tutor, Prof.ssa Mariella Magnani) Global value chains e diritto del lavoro: tecniche per una regolamentazione dell’impresa senza confine (anno accademico 2019-2020) – dotata anche di una ricca bibliografia – un lavoro che ho trovato aggiornato ed utile


[1] Su un totale di 47 membri, la mozione ha ricevuto 20 voti a favore (tra cui Cina e India), 14 contrari (tutti i Paesi europei, con l’aggiunta di Stati Uniti e Giappone) e 13 astensioni.


[2] La Dichiarazione è “una guida per imprese multinazionali, governi e organizzazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori in ambiti quali occupazione, formazione, condizioni di vita e di lavoro e relazioni industriali”.  Il suo scopo è quello di “rafforzare i positivi effetti sociali e sul lavoro delle attività e della governance delle imprese multinazionali, in modo da garantire il lavoro dignitoso per tutti”.  Per raggiungere tale obiettivo, risulta “importante e necessaria” l’applicazione della Dichiarazione “nel contesto del commercio, degli investimenti diretti esteri e del ricorso alle catene globali della fornitura [corsivo aggiunto]”. “Le imprese multinazionali dovrebbero sfruttare la propria influenza al fine di incoraggiare i rispettivi partner commerciali affinché prevedano strumenti efficaci che permettano di porre rimedio agli abusi dei diritti umani riconosciuti a livello internazionale”.  Questi riferimenti all’esercizio della propria influenza e al rispetto dei diritti umani internazionalmente riconosciuti, del tutto assenti nelle precedenti versioni della Dichiarazione, riecheggiano evidentemente i Principi Guida delle Nazion

[3]    V., ex plurimis, par. 2.1, lett. b) (raccolta di informazioni per la mappatura dei rischi); par. 4.1, lett. c) (coinvolgimento nel monitoraggio della performance); par. 6.1, lett. b) (riconoscimento del sindacato quale controparte contrattuale); par. 6.2, lett. c) (utilizzo delle procedure di ricorso previste dai contratti collettivi o dagli accordi quadro globali – unica prerogativa “sindacale” già contemplata negli UNGP, nel commento al par. 30). Inoltre, nel cap. I, che contiene una “panoramica della due diligence per una condotta d’affari responsabile” (“overview on due diligence for responsible business conduct”), si afferma che “la due diligence è influenzata dall’interazione con i portatori di interessi” (“Due diligence is informed by engagement with stakeholders”). Ebbene, nello stesso contesto, alla nt. 2 di pag. 18, si precisa che “esempi di portatori di interessi includono i lavoratori, i rappresentanti dei lavoratori, i sindacati (comprese le federazioni sindacali internazionali) […]” (“Examples of stakeholders include workers, workers’ representatives, trade unions (including Global Unions) […]”). 

8 marzo ore 16: SUAD

marzo 5, 2021

8 marzo 2021 ore 16 – La COMPAGNIA TEATRO A / ASSOCIAZIONEARIADNE celebra la Giornata Internazionale della donna rappresentando, in diretta streaming su Zoom, lo spettacolo Suad, diretto da Valeria Freiberg. L’evento è proposto all’interno della manifestazione “De Mulieribus in tempi di pandemia”, organizzata da CGIL-SPI Frosinone-Latina. L’adattamento scenico è liberamente tratto dal romanzo autobiografico “Bruciata viva. Vittima della legge degli uomini” della scrittrice Suad. I versi sono di uno dei più grandi poeti persiani, Nezami Ganjavi (XII° sec.). Tra sonorità elettroacustiche e melodie folk mediorientali Suad, giovane cisgiordana, racconta la tragica storia di Suad “con connubio creativo fra suoni e recitazione, fra musica e immagini”, precisa la regista.

Prenotazioni scrivendo una e-mail all’indirizzo ateatro.assariadne@gmail.com al momento del pagamento del biglietto sarà inviato un link a cui collegarsiCosto: 2,50€ a persona INFO: http://compagniateatroa.itTRAILER https://www.youtube.com/watch?v=d3S6Eg79TucCONTO PAYPAL: https://www.paypal.com/paypalme/CompagniaTeatroA

8 marzo:Nel paese delle meraviglie

marzo 5, 2021

8 MARZO ORE 18 e ORE 21 LIVE STREAMING SUL CANALE YOUTUBE BISTREMILA “Nel paese delle meraviglie”. Protagonista Melania Giglio, diretta da Marco Carniti. La pièce è proposta in ricordo di Flavia Bideri, fondatrice e prima presidente della onlus Acto (Alleanza contro il tumore ovarico) per sostenere le donne che lottano contro questa malattia. In una scena occupata interamente dal suo caleidoscopico abito è il racconto del viaggio fantastico di Mela scaraventata nel Paese delle Meraviglie. Come Alice, Mela cade nella tana del Bianconiglio. Nel Paese delle Meraviglie ci sono leggi nuove e spiazzanti. L’unica sua guida sono le voci che la aiuteranno a riscoprire che cosa siano gioia, passione, divertimento, follia e desiderio. A poco a poco Mela ricostruirà la propria identità (sentendosi a volte gigantesca, a volte piccolissima). E alla fine della sua avventura, sarà svelato il mistero della sua presenza in questo e nell’altro mondo.

LINK STREAMING: rtmp://x.rtmp.youtube.com/live2LINK PROFILO YT BISTREMILA:https://www.youtube.com/channel/UC5Yr2zF1TCnmCwbGRC7sltAoppure cliccando sull’immagine dedicata nella home page del sito bistremila.it

8 marzo 2021 (18h-20h): spettacolo sonoro al Quirino (Roma)

marzo 2, 2021

Il Quirino e’ diventato un po’ come una mia seconda casa… con un salotto un po’ più grande… ! Mi ha fatto veramente piacere leggere questo Comunicato stampa di Paola Rotunno. Spero rivederla presto in tanti tanti splendidi spettacoli dal vivo. Senza arte, cultura teatri e cinema la vita non e’ vita.

In occasione del primo anniversario della chiusura totale dei teatri italiani, causa COVID 19, il Quirino Vittorio Gassman alzerà le saracinesche e accenderà le sue luci dalle 18h alle 20h. Farà risuonare – dai suoi vari accessi (il cosiddetto “quadrilatero Sciarra” dal nome del principe Maffeo Barberini Colonna di Sciarra che nella seconda parte dell’Ottocento ristrutturò l’intero quartiere) – le voci di alcuni mostri sacri che hanno calcato le sue scene (Vittorio Gassman, Eduardo De Filippo, Carmelo Bene, Turi Ferro, Totò, Mario Scaccia, Ettore Petrolini, Anna Magnani, Aldo Fabrizi, Gigi Proietti ed altri mostri sacri) e di alcuni grandi interpreti della scena di oggi (Michele Placido, Alessandro Haber, Geppy Gleijeses, Mariangela D’Abbraccio, Emilio Solfrizzi) che saranno presenti alla manifestazione e potranno salutare il loro pubblico. Dalle 18h alle 20h sarà anche aperto per una piccola visita in un percorso guidato dal foyer alla “sala Petrolini” a gruppi di 15 persone alla volta, rispettando tutte le norme anti-Covid.

Speriamo che possa riaprire al piu’ presto. Mi sono mancati molto i suoi spettacoli, la sua cordiale atmosfera, il piacere di incontrare talenti bellezza ed emozioni.

UE e giovani

febbraio 26, 2021

In questo numero di Tempo libero io mi soffermo sulle opportunità che l’Unione Europea offre ai giovani. Spero possa stimolare buone iniziative!

Ulteriori informazioni sulle opportunità UE per i giovani sono repribili in questa pubblicazione:

I programmi dei membri della Commissione europea von der Leyen in sintesi – per il mio nuovo libro L’Unione Europea Passato Presente Futuro Edizioni SIMPLE 2021

febbraio 18, 2021

Inizialmente avevo scritto questa Sintesi dei Programmi di lavoro di ciascun membro della Commissione europea capitanata dalla Presidente Ursula von der Leyen ( sintesi basata sulle loro risposte scritte, ai quesiti loro posti dagli europarlamentari nel corso delle Audizioni che hanno preceduto l’elezione della Commissione ) per inserirla nel mio nuovo libro – L’Unione europea Passato Presente Futuro Edizioni SIMPLE 2021 – ora in corso di pubblicazione.

Ma – successivamente – per evitare un libro eccessivamente voluminoso – ho deciso di renderla leggibile in questo mio BLOG.

BUONA LETTURA.

Raccolta articoli e saggi (2016-2019) di Silvana Paruolo per il suo nuovo libro L’Unione Europea Passato Presente Futuro futuro Edizioni SIMPLE 2021

febbraio 18, 2021

 Raccolta di articoli e saggi di Silvana Paruolo (2016-2019) pubblicati in “Europa in movimento” “GIORNALE dei comuni”, “Tempo Libero”, e in un’opera collettanea del 2015 (AAVV La famiglia omogenitoriale in Europa – Diritti di cittadinanza e libera circolazione – a cura di G. Toniolloe A. Schulster, ed. Ediesse 2015)

Inizialmente ho fatto questa Raccolta di miei articoli e saggi per inserirla nel mio ultimo libro L’Unione europea Passato Presente Futuro Edizioni SIMPLE 2021, ora in corso di pubblicazione, e tra poco disponibile.

Successivamente (per evitare un volume eccessivamente lungo) ho pensato di rendere questa Raccolta leggibile in questo mio BLOG, inserendone il Link nel volume ora in corso di pubblicazione.   Ci sarebbero stati anche altri miei Saggi che sarebbe stato forse utile riprodurre ma – per la loro lunghezza preferisco rinviarvi alle testate che li hanno pubblicati. Penso in particolare a:

  • “A proposito degli strumenti per la coesione economica e sociale” sul trimestrale “L’Italia e l’Europa” (ISTUD) Edizioni Maggioli n. 30 1992
  • Quali strumenti per la coesione economica e sociale? in Affari sociali internazionali n. 1 1996

L’elenco completo di quanto da me pubblicato su questo bel Trimestrale ( Affari sociali internazionali ) finché è esistito, è consultabile sul sito on line di Affari sociali Internazionali (Franco Angeli Editore).

BUONA LETTURA!